
Da oltre duemila anni la leggenda di Alessandro Magno affascina il mondo: la sua figura è stata raccontata e analizzata da poeti e storici sin dall’antichità. E proprio la fusione dei due generi (storico e romanzesco) è il punto di partenza di quest’affascinante biografia in cui la solidità scientifica dello storico di professione si unisce al gusto della narrazione secondo una metodologia particolare adottata da Radet: rivedere il passato con gli occhi degli uomini di allora.
Una lettura coinvolgente, un vero classico della storiografia, arricchito da una introduzione critica di Marina Polacco.

4 stelle.
letto dal 23 al 27 maggio 2018.
Radet narrando le avventure del grande condottiero macedone smette i panni dello storico e diventa un ammiratore di Alessandro. Alcuni eventi sono trattati in modo molto marginale o addirittura tralasciati, mentre vengono riportate delle curiosità o degli eventi ritenuti non certi ma l’autore ci avvisa e lo fa in modo molto preciso e cercando sempre di essere il più oggettivo possibile. Questa è una cosa che ho apprezzato perché nonostante quanto ammiri il condottiero non perde lucidità e mantiene il rigore storico, anche se dal suo modo di scrivere traspare sempre la sua grande passione per questo personaggio.
La sua biografia è ben documentata, infatti si vede che ha studiato i lavori antichi che quelli contemporanei, però oltre ci sono due punti importanti di questa biografia che ricorrono in tutto il libro: paragona sempre il Macedone ad Achille e gran parte di quello che Radet analizza lo riconduce allo spirito dionisiaco oppure apollineo.
Mi è piaciuto molto lo sforzo compiuto da Radet per aiutare il lettore a calarsi in un mondo di più di 2000 anni fa perché è facile giudicare ma bisogna farlo comprendendo la società e la vita di quel tempo.
Una cosa che non mi è piaciuta è che Radet chiama Alessandro in molti modi: l’Argeade, l’erede di Achille, il figlio di Olimpia e altri, ma mai lo definisce figlio di Filippo: sottolinea e spiega molto come Alessandro volesse essere considerato una divinità e tutti gli sforzi che fece per esserlo, quindi credo che l’autore l’abbia fatto di proposito.
Riporto due citazioni che mi sono piaciute molto:
“Ma i viali del ninfeo di Mieza, ove il giovane discepolo dello Stagirita ci appare come il primo, in ordine di tempo, dei peripatetici, hanno serbato il loro segreto.”
“Vediamo dunque e salutiamo in lui l’alto dono che gli fu proprio: una volontà che seppe asservire la chimera, per incorporarla al reale nell’ebbrezza entusiastica dell’infinito.”


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